Wednesday, December 22, 2004

Le vitamine di Gadda



Milano amalgama ma non eccelle, s’effonde nelle imprese più diverse, ma solo per finire, se va bene, nella media delle altre capitali europee. Del resto media e medietà sono le parole a cui più ricorrono i molti intervistati nella inchiesta di Taino. Per i quali la città e il suo fare positivo ci sono ancora, e anzi potrebbero divenire lievito potente della modernizzazione non solo di Milano ma dell’Italia. Però manca un di più di visione, forse anche di amore; come dimostra quella tiepida élite che il venerdì se ne va, più abile a prendere che a lasciare. Eppure, a pensarci bene, nel nome di Milano ci sarebbe un’idea di medietà tutt’altro che mediocre; anzi centrata su un intelletto e una morale elevate. Mediolanum deriverebbe, pare, dal celtico Medhelan, dove Medhe starebbe per centro e lanon per sacro, perfetto. Nell’essenza di Milano, come l’incarna il suo nome, v’è dunque non solo l’inglobamento, la media, la sana modestia, per cui ancora la città regge. Ma pure una visione, intento alto, verticale nel centro, come le guglie del Duomo. E a preoccupare è la mancanza di questa visione, il rischio che Milano manchi a questa parte di sé. Un rischio di cui i grandi lombardi sono da sempre coscienti. Come Gadda, il quale per l’appunto lamentava essere mancato alla città di Milano «il presagio del suo sviluppo nonché una disciplina organatrice quale che fosse. La milanese modestia, fatta di prudenza, di serietà, di parsimonia, di equilibratissima attenzione al profondo, ma anche di troppo fiducioso abbandono e trascuranza dei valori non tangibili dell’intelletto, (le vitamine) è stata in questo caso un danno». Milano è come quei meravigliosi donnoni lombardi di Gadda «che il proprio vigor di cervello manifestano in pragma». A Milano le idee sono atti e più efficaci che altrove in Italia: la città è un pragma operoso, che alla fine prende: «Le ciapàvom no e poi però l’èmm ciapàa». Ma essa deve riabituarsi a una più alta visione, (le vitamine di Gadda). Che si parli di circolazione da rifare o di banche, la conclusione è la stessa: il fare pratico, che Milano media di continuo, necessita insomma di un amore di sé intelligente e verticale. Senza di che la città diviene tepida, il suo amalgama non lega, si sminuzza. Non sono le élite ma è la loro idea di comunità che difetta. Prendere da soli il meglio che il presente offre a Milano è come «s’el füdèss stàa de minga ciapàll». Per dirla tutta, ancora citando L’Adalgisa di Gadda.

Cosa bolle in pentola

Tuesday, November 30, 2004

Stella di Venere

"E in sul dosso di questo cerchio, nel cielo di Venere, del quale al presente si tratta, è una speretta che per sé medesima in esso cielo si volge; lo cerchio de la quale li astrologi chiamano epiciclo. E sì come la grande spera due poli volge, così questa picciola, e così ha questa picciola lo cerchio equatore, e così è più nobile quanto è più presso di quello; e in su l’arco, o vero dosso, di questo cerchio è fissa la lucentissima stella di Venere".

"E lo cielo di Venere si può comparare a la Rettorica per due proprietadi: l’una si è la chiarezza del suo aspetto, che è soavissima a vedere più che altra stella; l’altra si è la sua apparenza, or da mane or da sera. E queste due proprietadi sono ne la Rettorica: ché la Rettorica è soavissima di tutte le altre scienze, però che a ciò principalmente intende; e appare da mane, quando dinanzi al viso de l’uditore lo rettorico parla, appare da sera, cioè retro, quando da lettera, per la parte remota, si parla per lo rettorico".

Dante

Monday, November 29, 2004

Di un comune sogno

Salutiamo con piacere la nascita di apparizioni, da cui sforbiciamo e non-leggiamo le visioni dell'ernesto sparalesto...

la visione
La visione contraddice l'esperienza; essa produce uno straniamento nella persona stessa che ne è colpita. Nella maggior parte dei casi il soggetto della visione cerca di rimuoverla, di ricondurla a un'esperienza onirica - e tuttavia, come dice Shakespeare, non si tratta "di un comune sogno". Si è percepita un'immagine, ma non la si è prodotta nella propria officina.
Se il dono della seconda vista fosse più diffuso, la relazione del singolo con la società si presenterebbe in modo diverso. Si è già detto della differenza che passa tra il profeta e il veggente. L'uno e l'altro si muovono sul confine del tempo, e vanno al di là di esso. Volendo fare un confronto, bisogna dire che i profeti hanno cambiato la storia del mondo in maniera più decisiva di quanto non abbiano fatto i più grandi condottieri e, in più, essi continuano a far sentire il loro effetto.

Junger La forbice

la visione 2
La visione non dischiude un'ampia prospettiva, come se con essa una cortina venisse squarciata: assomiglia piuttosto allo spiare attraverso il buco della serratura. Lo sguardo è limitato, cade per lo più su particolari accessori, come ad esempio, un calamaio rovesciato. Comunque su tali dettagli, è perfettamente preciso. Si potrebbe pensare a un piccolo disturbo prodotto da una minuscola vite che, nell'intreccio del meccanismo della percezione, si allenta -grazie a Dio solo per un istante.

Junger La forbice

Trans-Parents

“Quel che ha permesso a tanti autori diversi di dire tante cose diverse sulle elucubrazione duchampiane del Grande Vetro è la possibilità di proiettare con estrema facilità qualsiasi cosa su uno schermo trasparente, dove qualsiasi cosa si trova pronta a ricevere le suddette proiezioni”

In questa ri[non]lettura dell’opus magnum duchampiano citata da Jean Clair, il Grande Vetro non è allora una perfetta metafora epifanica della scrittà dello spettacolo?

Friday, November 26, 2004

Doverosa giunta in petèl

E qui sto dalla parte del connesso
anche se non godo di alcun sodo o sistema (...)

AZ, l'elegia in petèl

Non rapirmi la vista: due poesie di AZ

Fiume All'alba

Fiume all'alba
acqua infeconda tenebrosa e lieve
non rapirmi la vista
non le cose che temo
e per cui vivo

Acqua inconsistente acqua incompiuta
che odori di larva e trapassi
che odori di menta e già t'ignoro
acqua lucciola inquieta ai miei piedi

da digitate logge
da fiori troppo amati ti disancori
t'inclini e voli
oltre il Montello e di caro acerbo volto
perch'io dispero della primavera.

Andrea Zanzotto

Nautica Celeste

Vorrei renderti vis[i]ta
nei tuoi regni longinqui
o tu che sempre
fida ritorno alla mia stanza
dai cieli, luna,
e, siccom'io, sai splendere
unicamente dell'altrui speranza

Andrea Zanzotto

Thursday, November 25, 2004

Quando le immagini non ti portano lontano

De Roberto Clemente - Il piacere di guardare le figure

Da bambino, se ricordo bene, avevo due grandi passioni in tema di fiabe e racconti. Se erano storie narrate a voce, volevo che mi fossero raccontate all'infinito, e la ripetizione non mi dava mai noia. Anzi, ogni volta le storie sembravano più vere (un meccanismo misterioso per gli adulti, ossessionati dalla novità e dalla variazione sul tema). Se invece si trattava di testi scritti, appena afferrato il libro nuovo mi mettevo a sfogliare le pagine e a fotografare con gli occhi avidi tutte le figure. Le storie che leggevo vivevano attraverso il prisma di queste figure. Anche in questo caso le figure non mi stufavano mai, erano i miei eroi, e naturalmente stilavo le mie classifiche di preferenze. Potevo stare quarti d'ora interi a guardarle e a fantasticare anche storie mie. Quando di recente, per ragioni di traslochi, mi sono reso conto di non avere più nella mia biblioteca quei venti, trenta libretti senza copertina rigida stropicciati, scarabocchiati, macchiati di grasso e con pagine strappate che costituiscono il bagaglio fantastico con cui ciascuno di noi si incammina per le strade polverose dell'esistenza, bene, quel giorno ho avvertito una piccola fitta. Che cos'era successo? Ero irreversibilmente entrato in un mondo in cui le immagini non ti portano lontano, nel cuore del racconto, ma vivono da sole, come nel caso dell'arte. E il sottile, profondo gioco di antagonismo e alleanza fra figure e storie stampate era svanito.

Eppure uno spiraglio su questo mondo magico è rimasto aperto: le copertine dei libri. La sera, dopo aver acceso il lume, al momento di prendere in mano il libro appoggiato sul comodino, lo sguardo indugia sulla copertina per una frazione di secondo: è un micro-sogno ad occhi aperti, un piccolo rito prima di immergersi nelle pagine zeppe di caratteri. Anche le copertine sono dei personaggi e danno un volto ai libri che amiamo.

Eugenio Alberti Schatz

L'emblematicità del testo

L'artista legge un testo

Gran parte dell'arte visiva in Europa, dalla tarda antichità al diciottesimo secolo, rappresenta soggetti presi da testi scritti. Pittori e scultori avevano il compito di tradurre la parola — religiosa, storica o poetica — in un'immagine visiva. È vero che molti artisti non si rifacevano direttamente al testo, ma copiavano, in modo più o meno fedele, un'illustrazione già esistente: eppure per noi, oggi, l'intelligibilità di questa copia, così come dell'originale, sta, alla fine, nella sua corrispondenza con un testo noto, che riconosciamo attraverso le forme delle azioni e degli oggetti dipinti. Si potrebbe sostenere che il dipinto corrisponde al concetto o all'immagine depositati nella nostra memoria in forme di parole.
Questa corrispondenza fra la parola e la sua raffigurazione pittorica è spesso problematica e può essere estremamente indeterminata. In vecchie edizioni a stampa della Bibbia una stessa incisione veniva a volte utilizzata per illustrare soggetti diversi, sia pure con un generico significato comune. La raffigurazione della nascita di Giacobbe veniva ripetuta per la nascita di Giuseppe e di altre figure della Scrittura e una scena di battaglia poteva servire per illustrare un'intera serie di battaglie. Solo la collocazione dell'incisione in un determinato luogo del testo permette di coglierne il significato particolare.
Tuttavia in altri casi siamo in grado di identificare la storia vedendo in un'immagine solo alcuni elementi che rimandano a un testo noto. Spesso il testo è tanto più denso della sua illustrazione che quest'ultima sembra essere un mero emblema, quasi un titolo illustrato; una o due figure e qualche attributo o oggetto accessorio, visti nel loro insieme, saranno in grado di evocare, per l'osservatore colto, l'intera serie di azioni collegate in quel testo con i pochi elementi dipinti, salvo che un dettaglio incongruo non venga ad arrestare l'interpretazione. Ne sono esempi i dipinti nelle catacombe cristiane di Roma, dove Noè sta ritto nell'arca. Daniele fra i leoni e Susanna fra gli anziani. Ma il significato di tali immagini di repertorio può essere ricco di connotazioni e di valori simbolici assenti nel testo fondamentale, connotazioni e valori stabiliti una volta per tutte, per l'osservatore cristiano, da ciò che aveva appreso da quei soggetti nei commenti religiosi e nelle allusioni contenute in sermoni, riti e preghiere. Oggi quel più pieno significato deve essere riscoperto attraverso una ricerca degli scritti e dei contesti antichi; ma anche quando arriviamo a conoscerli, ancora rimane incerto quale dei vari significati del soggetto, fissati nelle elaborazioni letterarie del testo fondamentale, si sia voluto disegnare in una particolare immagine ben individuata.

Meyer Schapiro, Words and Pictures. On the Literal and the Symbolic in the Illustration of a Text, 1973 (tr. it. Parole e immagini. La lettera e il simbolo nell'illustrazione di un testo, Parma, Pratiche, 1985, pp. 5-6)

I convertiti dell’immagine acustica

[…] E’ dunque uno convertito a strutturalismo, magari più di “eretici” che non di ortodossi, questo viaggiatore che spiega il rapporto indissolubile tra due città con la stessa immagine della doppia facciata di un foglio usato da Saussure per indicare quello tra significato e significante [*] ; o che vede l’esistenza muoversi secondo la logica dei movimenti dei pezzi su una scacchiera; o che parla di immagine speculare o di scambi e sostituzioni e spostamenti e finzioni come un lacaniano convinto di inseguire, nella catena di mutamenti che formano l’esistenza e la storia, un desiderio (che è anche memoria) inappagabile. Anche Marco Polo, che ne ha viste di ogni genere, nonché per l’imperatore che da neofita costringe il discorso del veneziano in norme rigide, presto smentite dall’interlocutore, esiste una sola città, che però è irraggiungibile. […]

Walter Pedullà Marco Polo strutturalista “eretico” per descrivere le “ città invisibili”, ne “L’Avanti!”, 3 dicembre 1972, p. 8.



[*] Nel vocabolario Devoto-Oli la parola “significante”, in linguistica, rappresenta l’immagine acustica che individua e inquadra nel sistema l’immagine “significata”, quale risulta dalla successione dei fenomeni che costituiscono la parola. Il termine “significato” è invece il contenuto della parola, in quanto traducibile in concetti, nozioni, riferimenti.

Wednesday, November 24, 2004

Passaggio di orizzonti

«Il passaggio dal primato della temporalità a quello della spazialità è avvenuto nella riflessione filosofica, nella quale le nozioni di presenza spaziale, di apertura e di rete, hanno portato a una topologia ontologica, orientata ad assegnare alla tecnica un riconoscimento e un apprezzamento ben più grandi di quello che ad essa offrivano le filosofie spiritualistiche [...]. Il passaggio da un orizzonte di scarsità, di precarietà e di rarità dell'esperienza, legato all'inesorabile scorrere del tempo, a un orizzonte di disponibilità, di fruibilità immediata, aperto dalla possibilità di accedere senza attese a un'offerta spaziale sempre virtualmente presente»

Mario Perniola, Il sex appeal dell'inorganico, Torino 1994

Viola e i collezionisti d'immagini

"l'essenza del medio visivo è il tempo... le immagini vivono dentro di noi... noi siamo databases viventi di immagini -collezionisti di immagini- e una volta che le immagini sono entrate in noi, esse non cessano di trasformarsi e di crescere".

Bill Viola

credit agamben

senses five

How do you know but ev'ry Bird that cuts the airy way,
Is an immense world of delight, clos'd by your senses five?

William Blake
credit: miserabili


Monday, November 22, 2004

Immagini crivellate

Si è persino immaginato un’ipotetica occupazione
talebana dell’Europa. Un lavoro dal
quale anche Eracle si sottrarrebbe. “A centinaia
di milioni le donne emancipate, a miliardi
le immagini. Fuori tutte le statue, dai
musei, dalle chiese, dalle case, dalle botteghe
degli antiquari, a mucchi alti come
quattro piani: FUOCOOO!!! Ma quante, ancora,
messe in salvo alla disperata, nei cunicoli,
nei sotterranei, nelle cantine? Bisognerebbe
stanare i colpevoli dell’occultamento,
legarli alle Madonne, uno per uno,
polverizzarli insieme”. Come fecero i talebani
rojos nella guerra civile. “Ho visto il
trattamento subito a Barcellona nel 1936 da
un antico crocifisso: non c’è un atomo di
quella povera immagine martirizzata che
non sia bucherellata, il Cristo stesso di Colmar
è meno impressionante di piaghe. Là,
gli sparatori e crivellatori erano Combattenti
dell’Illuminismo Proletario”.

Guido Ceronetti

Baccanti

“Il linguaggio è morto, viva la voce”
(slogan di una versione non verbale delle Baccanti al
Roy Hart Theatre)


“Da dove a noi venga questa voce astorica
è bello dirselo perché la risposta è:
da tutto”.

ceronetti

fare lo stesso per le immagini in Gallizio?


La città dei Testimoni

Ecco, alla fine, la città dei Testimoni, gli pare avvolta dalla nebbia
dell'oblio. Nascosta allo sguardo dal sovrapporsi
di immagini già viste, già vissute, e destinate a ripetersi per sempre
all'interno di centinaia di migliaia di teste.
Queste pesantezze furono ancora una volta interrotte
dal richiamo del Passatore.
- Forza! Forza che fa buio!

Marco Vaglieri, Dormiveglia, 2004